THE LONG ROAD TO ABKHAZIA

Il confine e il carretto arancione (foto Iphone Greta Sclaunich)

Ci si arriva solo in taxi e bus da Zugdidi, a segnalare il ‘confine’ una sbarra con un cartello di stop semi abbassata e un posto di blocco. Sì, perchè per i georgiani quello con l’Abkhazia – la provincia separatista riconosciuta solo da Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauro, Sud Ossezia e Transnistria – non è mica un confine. I documenti però ce li controllano: passaporto e visa d’entrata (compilato via internet e ricevuto via email), un sorriso al mio piercing e curiosità per il mio cognome.

Tra il posto di blocco georgiano e quello abkhato, 2 km sotto il sole cocente: una scultura inneggiante alla pace, un vecchio mosaico sovietico ricoperto di erbacce, due campi militari e un ponte diroccato con falci e martelli sul fiume Ingur. Carretti coperti trainati da cavalli in puro stile Far West fanno la spola. Sotto il telo in vivido arancione viaggiano signore con ventilatori, uomini con antenne della tv, vecchiette con galline in borse di plastica.

Al confine abkhato ci viene incontro Eric, militare dai penetranti occhi azzurri che appena ci sente parlare in italiano sfoggia un vasto repertorio canoro tra Celentano e Ricchi e Poveri e ci chiede notizie sulla salute di Sofia Loren. “Tu saresti italiana? – sorride – Ma le italiane sono more e basse”. E all’orecchio del mio ragazzo bisbiglia “Eh, però le more….good sex with them!” facendo ridere l’intera brigata al confine. Intanto un altro militare è sparito con passaporti e visa, quando torna scuote la testa: “Mi dispiace, ho chiamato il Ministero degli Esteri e i turisti non possono entrare dal lato georgiano”. Ma come, protestiamo, i nostri sono visa turistici e c’è ben specificato che possiamo entrare solo dal confine georgiano, sul fiume Ingur. Niente da fare. Nemmeno l’offerta di un regalino ci apre le porte dell’Abkhazia. Però i militari, gentili, si scusano e ci offrono un po’ di semi di girasole da sgranocchiare mentre aspettiamo l’arrivo del carretto che ci riporterà dall’altro lato del fiume.

Nell’attesa ci affiancano una spia in borghese. Un giovane sui 25 anni, pantaloni neri e camicia nera, capelli scuri tirati indietro con la brillantina e rayban con le lenti a specchio. Si siede dieci metri dietro a noi e segue ogni nostro movimento. Mi alzo per sgranchirmi le gambe, si alza anche lui. Mi avvicino ad un albero, si muovo dietro di me. Torno al blocco di cemento dov’ero seduta, anche lui ritorna alla postazione originaria. E se ne va appena saliamo sul carretto arancione.

“Come, già di ritorno?”, si meravigliano i militari georgiani. Sono dispiaciuti per noi e non capiscono perchè, pur con regolare visto, ci hanno rimandati indietro. Noi lo capiamo solo l’indomani, quando scopriamo che uno dei soli della galassia russa, il presidente Medvedev, era in visita a Sukhumi, la capitale della provincia. E negli stessi giorni la Russia ha confermato di lavorare sul potenziamento di un sistema missilistico in Abkhazia. All’email di protesta che ho inviato al Ministero degli Esteri abkhato, intanto, non ho ancora ricevuto risposta.

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